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Il Progetto QU.A.D.R.O. (QUestionario Autovalutazione Del Rischio di Osteoporosi) nasce grazie alla collaborazione del libero Comitato “Medici per San Ciro”, dell’Associazione Soroptimist International del Club di Grottaglie e dell’Assessorato alle Politiche della Solidarietà di Grottaglie, con il patrocinio dell’Ordine dei Medici della Provincia di Taranto, del Ministero della Salute e della FADOI (Federazione delle Associazioni Dirigenti Ospedalieri Internisti).
E’ stata effettuata per 15 giorni, da Domenica 28 Ottobre a Domenica 11 Novembre 2007 una Campagna di Educazione Sanitaria sul rischio di Osteoporosi rivolta a tutta la cittadinanza di Grottaglie, con la distribuzione di 10000 questionari anonimi di Autovalutazione sul rischio di osteoporosi e ne sono stati raccolti 3990 che corrispondono al 12,2% della popolazione generale (32786 abitanti: M 16050, F 16736).
Gli abitanti sono compresi per il 66% nella fascia di età < di 50 anni, il 23% tra 50 e 70 anni ed infine la popolazione con + di 70 anni è l’11%.
Le attività commerciali con il loro 40% di raccolta dei questionari hanno effettuato una buona campagna di educazione sanitaria maggiore di quella effettuata negli studi Medici che ne hanno raccolto il 26%; un altro dato interessante riguarda le associazioni e le scuole che hanno raccolto il 6% cadauno di questionari come il locale Ospedale.
Hanno partecipato 3990 cittadini (M 1184, F 2806) che corrispondono: i Maschi al 7,3% della popolazione generale, mentre le Femmine al 16,7%.
Nella fascia di età tra 50 e 70 anni hanno partecipato il 31% delle Femmine (1 su 3) e il 15% dei Maschi: è un dato molto interessante che sta a dimostrare come questa campagna di Educazione Sanitaria sia stata ben accolta soprattutto dalle donne e che è in linea con le percentuali di media nazionale.
Per quanto riguarda il rischio legato all’età si nota come i maschi con < di 50 anni presentano un rischio maggiore rispetto alla classe successiva (51-55 anni) ed è maggiore a quello mostrato dalle femmine sotto i 50 anni: questo è un dato interessante in quanto i maschi, secondo studi scientifici, sembrano mostrare un’incidenza di frattura simile se non maggiore nell’età che va da 40 a 50 anni; ma dopo i 60 anni le femmine raddoppiano il loro rischio molto elevato di osteoporosi (intorno al 60%) rispetto al 25% di quello dei maschi. Rispetto ai dati della letteratura scientifica, in cui si ha circa un 48% di donne affette da osteoporosi nella fascia di età tra 50 e 70 anni, a parità di classe di età le donne partecipanti al Progetto QUADRO dimostrano di avere un rischio molto elevato intorno al 70%, mentre nei maschi il risultato è sovrapponibile solo dopo i 50 anni.
Nei maschi il rapporto tra riduzione di peso e aumento di rischio sembra avere un comportamento più lineare di quanto si può osservare nelle femmine: infatti in quest’ultime la differenza nel rischio si riscontra soprattutto per i soggetti con un peso corporeo < 50 kg (oltre il 50%), mentre nelle altre classi di peso il rischio rimane prevalentemente moderato (il 20%: questo dato è legato al fatto che nella femmina, in particolare in menopausa, è importante anche la quota di estrogeni prodotta dal tessuto adiposo).
Una femmina in menopausa da oltre 5 anni presenta un rischio molto elevato intorno al 25% e si raddoppia (50%) se gli anni di menopausa sono > di 10: è un andamento del tutto aspettato ed in linea con i dati della letteratura.
Mentre per il fumo di sigarette i dati sembrano interpretabili solo per i gradi di rischio estremo: ovvero la differenza significativa esiste solo tra chi non fuma e chi fuma + di 20 sigarette al giorno; anche se le femmine fumano meno dei maschi presentano un rischio elevato maggiore del 40%.
Un altro parametro che abbiamo analizzato è stato la frattura della madre (delle vertebre a 60 anni e del femore a 70 anni): i dati sulle fratture femorali sono altamente significativi di rischio molto elevato ed incidono, sia nei maschi che nelle femmine, in una percentuale di oltre il 50%; mentre le fratture vertebrali nella madre si distribuiscono nei vari gradi di rischio e non raggiungono mai il 30% del rischio elevato; un motivo potrebbe essere che le fratture vertebrali cliniche risultano circa il 40% di quelle che si verificano realmente, in quanto la diagnosi radiologica spesso e volentieri non le mette in evidenza e solo alla fine una donna su 5 avrà un trattamento adeguato.
Tra le fratture avute e dichiarate dai cittadini notiamo come le fratture femorali siano quelle più frequenti, mentre nelle femmine abbiamo oltre a quelle femorali molte più fratture delle estremità e delle coste. Dunque le fratture personali fanno aumentare maggiormente il rischio: questo è un altro dato importante perché di solito la prima frattura dà spesso il via ad una lunga serie di recidive: questo è il cosiddetto “effetto domino” e il rischio aumenta sempre più determinando, a secondo del numero delle fratture che si verificano a cascata, un aumento della mortalità.
Infine in coloro che hanno assunto terapia cortisonica o che la assumono ancora abbiamo notato come il rischio di osteoporosi sia elevato e ciò dipende dall’azione depauperativa del cortisone sul ricambio osseo.
Pertanto andando ad analizzare, dal punto di vista epidemiologico, la nostra coorte di popolazione si nota che il 47% dovrà attuare un corretto stile di vita con correzione dei fattori di rischio per prevenire il rischio di osteoporosi; mentre il restante 53% dovrà eseguire una Densitometria Ossea (la mitica MOC) e di questi il 19% dovrà iniziare al più presto una terapia mirata per l’osteoporosi.
Se gli oltre 2000 cittadini “QUADRO” a Grottaglie dovessero effettuare una MOC ci vorrebbero 3 anni di appuntamenti, con una media di 8 MOC a giorno lavorativo, rispetto alle 2,5 MOC al giorno che vengono effettuate attualmente in Ospedale.
Ma una mirata educazione sanitaria attraverso un ottimo rapporto Medico-paziente sulla giusta indicazione, secondo protocolli validati, dell’utilizzo della MOC, certamente renderebbe il suo uso più appropriato.
Dunque una donna su 2 ha un rischio tra il moderato e molto elevato e 1 donna su 3 ha un rischio molto elevato di osteoporosi in cui dovrà assolutamente effettuare indagini diagnostiche per iniziare una terapia specifica; mentre il 47% dei cittadini “QUADRO” dovrà correggere i fattori di rischio per prevenire il rischio di osteoporosi; un altro dato molto interessante riguarda i maschi, che nel loro 15%, sono predisposti ad un rischio elevato di osteoporosi.
Le indicazioni che emergono, se proiettate alla realtà nazionale, sono abbastanza lontane da quelle fornite dall’ultima indagine ISTAT e sono quasi simili, ma con percentuali maggiori, allo studio epidemiologico multicentrico ESOPO (Epidemiological Study On the Prevalence of Osteoporosis), secondo cui il 33% delle femmine e il 14% dei maschi ha un rischio elevato di osteoporosi.
Ed è per questo che la prevenzione svolge un ruolo fondamentale e deve cominciare in età precoce, soprattutto nell’adolescenza, quando l’apporto di calcio attraverso gli alimenti viene assorbito dall’organismo e contribuisce effettivamente al consolidarsi della densità ossea, così come è necessario che giovani e bambini partecipino regolarmente ad attività fisiche.
Il progetto ha voluto mettere in evidenzia, attraverso le domande, che vi sono fattori di rischio correggibili (fumo e peso) attraverso lo stile di vita, fattori anagrafici inevitabili ma prevedibili (età e menopausa) di cui si dovrebbe tenere conto precocemente, fattori di familiarità e/o ereditarietà inevitabili ma che dovrebbero aumentare la sensibilità al problema, fattori di rischio legati a possibili patologie associate (uso di cortisonici) che dovrebbero aiutare a considerare l’integrità delle patologie e non curare il singolo sintomo o patologia specifica e infine fratture precedenti intese come fattori di appropriatezza di intervento in prevenzione secondaria.
Sarebbe auspicabile che questi progetti epidemiologici e di educazione sanitaria servano ad evidenziare il legame tra ricerca, pratica clinica e programmazione per permettere di definire le priorità di intervento e la metodologia per valutare dove occorre cambiare l’assistenza sanitaria, mettendo al centro della propria mission la visione olistica del singolo paziente per la gestione della propria malattia.
I dati pur essendo rappresentativi solo di una popolazione del Sud del tutto circoscritta (stesso paese dove i legami familiari sono superiori alla media nazionale) sono di assoluta rilevanza e il inserimento in una visione di programmazione sanitaria può contribuire alla loro valorizzazione.