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In occasione delle celebrazioni patronali a Grottaglie, il presidente dell’associazione Medici per San Ciro, ha portato la sua testimonianza di devozione e una sua riflessione su fede e medicina sulle pagine de ilgiornale.artestv.it che vi proponiamo. https://ilgiornale.artestv.it/.
“Come medico e come uomo di fede devoto a San Ciro mi sento chiamato a farmi testimone di fede e del messaggio di fraternità e di carità cristiana che il nostro Santo ci ha trasmesso. Il volto stravolto dei nostri malati in cerca di respiro, afflitti dal Covid e da ogni altra malattia è il volto sofferente del Signore”
https://ilgiornale.artestv.it/2021/01/27/san-ciro-medico-eremita-e-martire-nella-pandemia-dei-tempi-moderni-benemerenze-soprannaturali-della-sua-professione-evoluzione-del-suo-culto-origine-e-sviluppo-della-sua-devozione-3/?fbclid=IwAR0fW43Ms86imt6HHX0HlYGbKjoff_WnzMh774LvT7m1hNPtilmB9kysGnkSguardi smarriti, parole che soffiano lente, respiri soffocati in istanti allucinati e impotenti, mani trepidanti alla speranza, desiderose di un contatto umano, occhi rivolti al cielo per chiederne grazia, abbracci mancati e addii in solitario. Queste le immagini che, da uomo e da medico, mi porto dentro come una lacerazione di questo tempo di pandemia in cui il virus beffardo corre più della medicina e gli sforzi di noi medici di fronte all’incedere veloce e oscuro del contagio spesso non sono stati sufficienti ad annientarlo. Ho letto negli occhi dei miei colleghi la paura di non riuscire a fronteggiare il virus di cui ancora poco si sapeva soprattutto all’inizio di questa pandemia; di sbagliare o di non avere cure adatte per tutelare la salute di uomini e donne che sempre più numerosi affluivano nelle corsie degli ospedali. Quelle sensazioni, quei sentimenti, quegli attimi sono stati anche i miei. Come quella paura di rimanere contagiato e portare il virus a casa, in famiglia.  L’esperienza COVID è stata di per sé un impatto improvviso e sconosciuto che ha aperto interrogativi inquietanti sull’evoluzione del contagio virale ai quali spesso noi medici non avevamo risposte adeguate.  In modo del tutto inaspettato negli ospedali ci siamo trovati a gestire una situazione drammatica nella quale abbiamo proceduto con passi incerti su un terreno sconosciuto e impervio ancora da sondare, da sperimentare sia per il decorso della malattia, sia per un nuovo diverso approccio relazionale, professionale ed emotivo.  Abbiamo studiato percorsi di cura giorno e notte; ci siamo confrontati in continuazione; abbiamo fatto ricorso alla ricerca e alla sperimentazione.
Nei momenti più bui di questa esperienza avevo soltanto una luce, la mia fede cristiana che mi è sempre venuta in soccorso! Proprio quella fede cristiana ha dato e continua a dare senso e forza alle mie giornate senza fine nell’hub Covid; mi fa prossimo nel conforto compassionevole con il fratello malato; mi mostra il volto del Signore nel volto sofferente di questa umanità ferita.  La medicina da sola non basterebbe a curare la sofferenza e la malattia ma ha bisogno della fede, della pietà e della fraterna carità per rendere completo e umanizzato un percorso di cura. Su questo assioma ho incardinato il mio lavoro: non può esistere una sana medicina se non è accompagnata dal quel carico di valori etici e umani del rispetto della vita e della dignità della persona che mi vengono dal mio credo cristiano e che fanno di una professione una vocazione, una missione al servizio dell’umanità. Così nell’hub Covid non ho lasciato andar via quella donna, già devastata da un tumore, senza il conforto religioso. Ho pregato per lei e con lei mentre lasciava questa terra; le ho stretto la mano come avrebbe fatto un familiare e ho accompagnato il suo ultimo respiro con il segno della croce.
E porto con me anche quell’abbraccio di quell’uomo anziano che aveva appena saputo di essere positivo al Covid, dopo aver aspettato per lunghe ore il risultato del tampone, piangendo davanti a un muro bianco. Il suo gesto istintivo al verdetto è stato avvolgersi a me, imbrigliato com’ero nella bardatura, e cingersi in un abbraccio come se fossi stato a suo figlio, il suo unico figlio.  Un gesto che chiedeva conforto e consolazione in un momento di disperazione. Quell’uomo ha potuto riabbracciare il proprio figlio, ma quel gesto così spontaneo, lo porto con me come l’abbraccio a tutta l’umanità ferita.  In quel momento ho compreso che quell’umana pietà e quelle parole carezzevoli a lui rivolte erano state la prima terapia, che più della cura avevano funzionato per me e per lui; ho anche sperimentato che il senso più autentico della vita rimane sempre il dono di sé e del servizio, il valore della vicinanza nell’ascolto compassionevole del bisogno dell’altro.
Mi piace in questi casi ricordare Papa Francesco: “All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce ad ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce” (Lumen fidei,). Il varco di luce e di speranza è il volto del Signore che San Ciro vedeva e ritrovava in ogni malato che curava, in ogni uomo che con sofferenza andava a chiedergli aiuto e che invocava la sua guarigione.  E come medico e come uomo di fede devoto a San Ciro mi sento chiamato a farmi testimone di fede e del messaggio di fraternità e di carità cristiana che il nostro Santo ci ha trasmesso. Il volto stravolto dei nostri malati in cerca di respiro, afflitti dal Covid e da ogni altra malattia è il volto sofferente del Signore.
Nella preghiera a San Ciro lo ricordiamo per aver reso le preghiere più efficaci delle cure che ha offerto con l’apporto dell’umana sapienza e della carità fraterna e aver portato soccorso e guarigione a quell’umanità sofferente dalle infermità dell’anima e del corpo. Nel Santo, nella mia professione di fede e di medico, ritrovo, dunque, un esempio di virtù e un modello luminoso nell’operato quotidiano e nel mantenimento di una condotta ispirata ai valori cristiani per tutelare la salute e la sacralità della vita. A distanza di secoli il suo messaggio è sempre attuale ed ha una forte pregnanza spirituale. Preghiera e azione, fraternità e spirito di servizio, carità cristiana e medicina per me si fondono e mi orientano in nome di una devozione autentica al nostro Santo. Questo è l’insegnamento e l’eredità che San Ciro ci ha consegnato ispirando anche la mission della nostra associazione, Medici per San Ciro che ho l’onore di aver fondato insieme ad altri medici e di presiedere.

L’associazione, a testimonianza del legame forte con il culto di San Ciro, medico e martire cristiano, e del suo magistero, qualche mese fa ha organizzato una santa messa commemorativa dei medici e degli operatori sanitari rimasti vittime del maledetto virus, contratto durante l’adempimento del loro dovere di assistenza e cura ai malati. In ciascuno di essi abbiamo ritrovato il volto di San Ciro, che per la sua dedizione alla cura dei malati ispirata dalla fede e dalla fraterna carità, trovò il martirio; così questi uomini e donne dediti alla medicina e alla cura dei malati fino a sacrificare la propria vita, sono stati commemorati come i martiri di questa pandemia, in analogia al sacrificio del nostro Santo.

Anche se quest’anno per via delle disposizioni legate alla pandemia non si terrà la XVI edizione di Medici per San Ciro, rimandata al prossimo anno, non mancherà la preghiera che ci vedrà ancora una volta uniti nel devoto ricordo del nostro santo martire e medico e del suo insegnamento di cui ci facciamo testimoni di fede.

Evviva San Ciro!